martedì 28 novembre 2017

Poche note sull'improvvisazione italiana: applicazioni di metodologie per la bellezza

L'universo delle arti ha da sempre posto in evidenza una frattura nel Novecento, riguardo alla fruibilità e alla complessità delle opere poste da autori contemporanei. In realtà è avvenuto qualcosa che era logico aspettarsi da un dipinto astratto, da un testo letterario/poetico dal linguaggio frammentato o quasi indisponibile o da una musica totalmente priva di armonia o mancante di quelle regole che sono state concreti viatici per giungere ad una nozione di bellezza, valida per un lungo arco storico. Molti autorevoli avventori impegnati nella significativa comprensione del concetto di bellezza, ne hanno decretato addirittura la sua fine in rapporto ai tempi, collegando le nefaste conseguenze della comunicazione odierna.
Ma due ordini rilevanti di considerazioni vanno fatte al riguardo: la prima è che la complessità (profusa nella musica sotto varie forme, dalla frammentazione alla coagulazione di elementi della sua storia) deve essere un fattore necessario delle nostre società e del nostro livello delle conoscenze; nel momento in cui si è alzata la barriera informativa e conoscitiva in tutti i settori delle nostre attività, era lecito aspettarsi anche un innalzamento delle competenze dei fruitori della musica. Chi si approccia all'astrattismo sonoro deve necessariamente compiere un salto qualitativo nella sua istruzione musicale ed essere guidato da un rinnovato concetto della bellezza musicale, che non sta più solo in un'equazione direttamente connessa al solo contenuto emotivo di quello che ascolta; deve superare la passività, il qualunquismo del suo approccio, per entrare in una fase di attenzione, che contiene al suo interno altri indici codificativi per rintracciare quella bellezza che pensa di aver perso.
La seconda considerazione è che la bellezza, nei suoi generali criteri interpretativi, è qualcosa che può avere qualsiasi residenza, può trovarsi stigmatizzata negli interni di un pianoforte o nel condotto d'aria di un sassofono, e sviluppare, nelle sue configurazioni espressive, un sentimento o un'immagine che è equilibrio tra cuore e mente. Può essere anche un impasto di figurativo e astratto (vecchio e nuovo) che non dà fastidio. Più l'ascoltatore sarà preparato, più riuscirà a rintracciare questo nuovo e più ampio bilanciamento. 
In questa puntata sull'improvvisazione ho messo in evidenza il pianoforte, per sottolineare la rilevanza di uno strumento che, nel corso della sua storia, ha quasi sempre dettato una direzione degli eventi. 5 riflessioni-recensioni per cercare la bellezza, indicate soprattutto a favore di cinque pianisti.

1) Stefano Battaglia -Pelagos-

Partiamo dallo straordinario Pelagos di Stefano Battaglia per la Ecm R. e ciò che vuole rappresentare: "....l’idea – ha spiegato ai microfoni di Radio Tre – era quella di raccontare il mare. Pelagos significa ’mare aperto’; purtroppo il nostro mare aperto è diventato un sepolcro negli ultimi anni e questa tragedia quotidiana è qualcosa che il mondo dell’arte non può non osservare e raccontare, parallelamente a quello che avviene – o non avviene – nella politica. Non solo c’è una sofferenza, una tragedia umana… in quella zona del nostro mare nei secoli sono avvenuti gli scambi più nutrienti per la nostra civiltà. Suona come qualcosa di brutale che essa stessa non si accorga del tramutare di quell’acqua in un sepolcro (Luigi Onori, Il Manifesto, 25.10.17).
Quella di Pelagos è un'immersione atipica sul tema della migrazione e della sofferenza, perché impegna Battaglia (come non mai) a costruire un discorso elettivo come due facce di una medaglia: una, quella del pianoforte Fazioli, trascina con sé la coscienza del superamento e della realizzazione delle aspettative; l'altra, quella del piano preparato, porta le evidenze delle nebulose che si addensano nelle vicende; è come se il pianista, girando le spalle a turno ai due pianoforti, abbia tutto ciò che serve per spiegare le sue sensazioni.
Pelagos è il capolavoro del pianista milanese e basta ascoltare il trittico iniziale per rendersene conto: dall'iniziale Destino, un cluster particolarmente riuscito, con la preparazione che risuona in tutta la sua carica evocativa, e un contrasto svolto con una serie di note itineranti; poi con Pelagos, una cadenza implacabile di contro ad un profondo e nostalgico tappeto progressivo di note, che pian piano diventano una trama accordale di fascino e speranza e Migralia, splendida condensazione di classicità e introversione, oltre 12 minuti di idillio pianistico in cui scorgere una vitalità incredibile, intravedere la gioia del pensiero di un progetto personale migliore. L'acustica del Fazioli fa miracoli, così come le preparazioni producono azzeccate sensazioni: Processional o Dogon trasformano il piano in un riproduttore di suoni percussivi, con preparazioni che da una parte tendono al richiamo religioso (quello probabilmente emesso dalle campane delle chiese), dall'altra sono turbini espressivi, giocati su una studiata e apprensiva visione della tastiera. L'elemento mediorientale è naturalmente presente, in forme aggregate che non sanno cos'è la retorica e soprattutto vogliono in qualche modo legare la riflessione del pianista, il suo modo di essere vicino alla situazione migratoria: Lama Bada Yatathana scava negli anfratti della canzone arabica, in particolare dal Muwashshaw, una forma poetica che si è introdotta nel canto e nella musica siriana nel 12° secolo; Battaglia estrae quella struttura ritmica per portarla nella sua, e creare un sodalizio tra oriente e occidente che ha un fondamento antico, preso a prestito dalla musica religiosa siriana. Sono forme del sentimento che hanno un loro coinvolgimento specifico: in Halap c'è la tensione di una danza persiana e la grigia densità del pericolo, mentre Ufratu fonde cadenze e classicismo pianistico.
E' molto difficile non riconoscere le situazioni gravose in Lampedusa, un pezzo lancinante nel suo porgersi, con poche combinazioni di note messe fuori con una sensibilità impressionante, che danno l'idea dello sfinimento e di scorgere il faro di un porto in lontananza, ossia la salvezza; in Hora Mundi scale veloci discendenti si miscelano più volte in una palude di suoni percussivi (frutto del passaggio al piano preparato), un'inquisizione poetica con tanto di variabilità delle strutture, legate anche ad embrioni di improvvisazione seriale o a grappoli. E che dire, poi, delle risonanze ritmiche ottenute splendidamente su Exilium, un vero e proprio tam tam pianistico arricchito di schegge tradizionali, o dell'inteleggibilità classica profusa negli argomenti riguardanti il confine serbo-ungherese di Horgos-Roszke o del Brenner Toccata, quadri di un pianismo moderno, condotto con una superba perizia, nel solco di Jarrett.
Pelagos è un lavoro completo, dove la musica spazia nel novecento pianistico, dai francesi fino ad arrivare a Cage, dove le culture si incontrano pulite e senza pregiudizi. Una vera speranza.

2) Giorgio Occhipinti & Luc Houtkamp -Ten short stories-

Ten Short Stories è il nuovo lavoro del duo Giorgio Occhipinti-Luc Houtkamp: registrato in studio a Scordia, un paesino in provincia di Catania nel maggio scorso, qui parliamo di due veterani dell'improvvisazione, nettamente sottovalutati nelle loro rispettive patrie; di Giorgio, in queste pagine, ho sempre sottolineato il suo carattere pianistico, la validità dei suoi progetti sempre in bilico tra musica ricercata, arte sottostante e tradizioni popolari. Di Luc ho sempre rimarcato l'innata capacità di riuscire a mantenere fresca e giovane la sua libera e toccante espressione. L'incontro tra Occhipinti e Houtkamp lavora essenzialmente sull'improvvisazione e sulle sue spontanee evoluzioni, utili per descrivere situazioni; in tutto il cd, l'ottima esposizione dei temi (fortemente influenzati dalla titolazione) e un lavoro equilibrato sugli strumenti (tra normalità ed estensione) ne fanno una vera forza. Occhipinti si muove sulla linea del ricordo, probabilmente in funzione rivalutativa: in Ten Short Stories si evocano storie, leggende, avventure, si cammina sulle rotaie e verso incroci ferroviari ostruiti, come in un racconto moderno, in cui una parte è conosciuta mentre l'altra è rimessa alla libera interpretazione del lettore (ascoltatore). Le soluzioni di Occhipinti sono sempre ottime: il free jazz, Cecil Taylor, i clusters e l'esplorazione degli interni del piano propongono una prospettiva rara, volutamente indirizzata, dove ogni cosa è al suo esatto godimento.

3) Rosario Di Rosa -Composition and reactions-

Una lettura difficile ma affascinante percuote il senso di Composition and Reactions, recente lavoro in solo di Rosario Di Rosa. Di fronte a tutta la letteratura musicale che oramai gira intorno ai rapporti tra le due grandi macroaree del comporre, Di Rosa ha pensato profondamente di creare una novità sul processo. Nelle note il pianista siciliano afferma di aver composto un pezzo (Composition n. 26) disomogeneo, ossia con spunti tematici e armonici nettamente distanti tra loro, da cui poi ha estrapolato frammenti totalmente improvvisati. Quest'opera di riclassificazione musicale è stata sviscerata in 13 episodi, in cui in ognuno di essi si approfondisce una direzione particolare: le reazioni (ossia questi frammenti improvvisati in risposta alla staticità della composizione principale) riguardano il phasing, la densità, gli intervalli, l'intonazione, la texture e persino la decodifica del campionamento e del loop. Più che reazioni Di Rosa avrebbe dovuto chiamare il suo progetto "Reazioni su elementi immateriali della musica": è come se avesse fatto una fotografia a ciascuna delle fasi prese in considerazione (phasing, just intonation, spaces, etc.) e lavorato ad una loro espressione rimontata con il suo pensiero e il suo stile, che naturalmente non ammette il prevalere di nessuna fredda tecnica.

4) Gianni Lenoci&Francesco Cusa  "Wet cats" 

Una lunga improvvisazione di 52 minuti circa riempie il cd per Amirani del pianista Lenoci con il batterista Cusa a nome Wet Cats. 52 minuti di eterogenee sensazioni che piombano nelle orecchie in maniera continua e diversificata negli intenti espressivi: c'è una parte irritata, che puzza di marcio, un'altra più armonicamente impostata, un'altra implacabile e percussiva, un'altra ancora riflessiva, silenziosa con poche note e percussioni. In Wet cats, ci sono ancora messaggi residui dell'operazione che i due, assieme a Martino, hanno profuso nelle distopie di Huxley od Orwell, ma ciò che conta è la funzionalità dei passaggi, il perfetto equilibrio che si crea tra tensione e distensione lungo il percorso. Cusa ha un drumming potente, tracciato su impianti rock o jazz-rock, mentre Lenoci è quanto di meglio di possa trovare nelle ampiezze stilistiche e formative di un pianista. E' così che i 52 minuti di Wet cats impongono nuove contrapposizioni, come in quei quadri in cui la realizzazione particolare del dipinto ti costringe ad alzare gli occhi velocemente in alto e in basso, ma poi contiene anche oasi visive su cui concentrarsi con gli strumenti tipici della contemporaneità, nel nostro caso musicale (estensioni, silenzi, impulsi atonali).  La bellezza qui è molto relazionata ai tempi che si vivono, si gusta a strati, fino al carillon finale e agli effetti che si ascoltano in sottofondo assieme alle ultime esalazioni dei piatti.

5) Simone Graziano -Snailspace-

Introduco per la prima volta su queste pagine il pianista Simone Graziano: il lavoro di riferimento è Snailspace, condotto in trio con Francesco Ponticelli al contrabbasso e Tommy Crane alla batteria. Dal momento che il bravo pianista fiorentino ha ricevuto già copiose recensioni dalla stampa, farò solo una riflessione personale: Graziano mi ricorda parzialmente pianisti come Brad Mehldau, specie per un certo modo eclettico di affrontare la tastiera; chi ha partecipato ad un suo concerto si sarà accorto dell'impostazione con cui scala le note, partendo da un saltellio di poche note (in cui si pone la proverbiale lentezza che gli viene riconosciuta nello stile) e poi addentrandosi in scale a mani dissociate nella direzione. Bene, Graziano possiede quel feeling istantaneo prodotto da Mehldau con i suoi saltellii (e forse ne ha ancor di più da dare del pianista americano), mentre poche similitudini si realizzano nelle profondità delle scale. Un'altro accostamento a Mehldau sta nel fatto che anche Graziano interferisce con l'elettronica da synth, conferendo spesso memoria immarcescibile ai refrains o temi compositivi che precedono l'interagire improvvisativo. C'è da essere spiazzati sul suo concetto di lentezza trasposta in musica "....la lentezza non è riferita alla velocità dei brani, bensì al tempo necessario per crearli. La lumaca aderisce alla terra e, grazie alla lentezza dei suoi movimenti, ne scopre ogni dettaglio. Allo stesso modo, la lentezza creativa fa sì che la musica aderisca a noi stessi, svelandoci una parte che prima non conoscevamo....", tuttavia anche se è realmente difficile poter interpretare la della lentezza nei processi creativi, Snailspace è certamente il suo lavoro più rifinito e tendente alla maturità artistica, con riferimenti letterari e molte isole del benessere, particolarmente riuscite (l'iniziale Tbilisi, Aleph 3 dedicata a Borges o Emicrania dedicata a Sacks).


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