giovedì 7 dicembre 2017

Nina Simone

Ripercorrere il percorso discografico di Nina Simone significa salire sui ponti che la musica popolare ha utilizzato per portare avanti il suo sviluppo. Nelle parecchie incursioni trasversali tra jazz, standards, blues, gospel sound, musica orchestrale, etc. la musica della Simone occupa un posto di transizione particolare; il ponte dell'artista americana cavalcato con più chiarezza è stato quello che ha consentito di saltare da Bessie Smith, Billie Holliday o Ray Charles a Randy Newman o Tom Waits (solo per citare quelli più vicini alla Simone dal punto di vista temporale). Nina ha utilizzato il patrimonio musicale a disposizione rendendosi conto di essere una "giovane", "dotata", "nera": la gioventù era disillusa, risultato di un mondo in cui le schiavitù colpivano in maniera indecente le donne; la dote era frutto del Padre Eterno, che le aveva infuso nel corpo una voce magnifica, macchiata di sofferenza e di un vibrato che farà scuola (si pensi agli sviluppi vocali di Jeff Buckley, della Chapman o di Antony Hegarty), con in più la sapienza dell'affrontare il pianoforte con armi accademiche, lei che era uscita dalla Juillard School of Music (non erano moltissimi i jazzisti che oltre a cantare erano degli ottimi pianisti); il colore della pelle, poi, viveva sul coraggio dell'attivismo sociale e politico, una circostanza che Nina affrontò con sempre maggior piglio, consentendole di ottenere un'attenzione mediatica giustificata, oltre a quella scaricata nell'espressione della sua musica. 
Ci sono state poche puntualizzazioni sulla musica della Simone: penso che molta critica non ha esattamente centrato la sua personalità, poiché i suoi cultori più assidui hanno affrontato la sua musica con gli occhi di un fans, perdendo in obiettività; d'altro canto i più integerrimi esperti musicali non schierati ne hanno sottovalutato la portata, lavorando su un concetto personale di continuità artistica e sulla falsa prospettiva degli standards. Sta di fatto, che si è parlato poco di alcuni aspetti della cantante che invece andrebbero risaltati. 
L'esame della prima parte della discografia (1958-1963), che pressapoco coincide con il periodo Colpix R., sviluppa l'idea di una doppia corsia: Nina fu subito nelle grinfie di produttori e discografici che guardavano anche agli aspetti commerciali della sua musica, perciò albums come l'esordio Little Girl blue o Forbidden Fruit, rivelano una maggiore semplicità nella scelta del repertorio rispetto ai numerosi live dell'artista, formalizzati in altrettante pubblicazioni; tuttavia ciò che emerge da questi shows prodotti spesso con piano trio jazz è una visione più ampia di un normale contributo al vocal jazz o al blues; si fa avanti con determinatezza l'umore plumbeo, drammatico delle sue storie, e le canzoni vengono arricchite da slanci pianistici di sostanza classica (echi di Schumann), nonchè da elementi tradizionali (americani e non), come corrispondenze del suo modo di pensare e fare musica; sebbene sopporti il peso di un'annata (il 1959) in cui le registrazioni erano ancora carenti nei risultati ed una timidezza vinta solo a concerto maturo, il Nina Simone at Town Hall è un probante episodio in cui rinvenire le qualità piene della Simone e tale benefica circostanza si ripeterà anche nei live successivi, trovando un picco formidabile in Nina Simone at Carnegie Hall del 1963 e in Folksy Nina (con altri brani che si riferiscono allo stesso concerto del Carnegie Hall). Sarà la dimensione assoluta dell'artista, qualcosa che purtroppo non riuscì a mantenere nel tempo con la stessa intensità. 
Il passaggio alla Philips le permetterà di aggiungere classici nei generi "americani": grazie all'apporto di Bennie Benjamin (un compositore statunitense di brani popolari), la Simone tirò fuori Broadway-Blues-Ballads (dando così il suo contributo alla materia degli standards), poi pubblicando I put a spell on you, che dà molto spazio agli chansonniers francesi (Brel, Aznavour), finendo con due splendidi albums di blues (Pastel Blues e Nina Simone sings the blues) che, oltre a fissare nuovi classici in quella materia, infondono la speranza che l'artista possa prendere la direzione di Sinnerman., in cui si sostanzia quel mix di drammaturgia, verve pianistica ed ampiezza della riflessione solo a lei addebitabile.
Nina Simone sings the blues costituisce anche il nuovo cambio discografico con la Rca Record, un rapporto che darà luogo ad altre perle, tra cui spiccano Silk and soul (il contributo più concreto al soul dei sessanta) e soprattutto Nina Simone and Piano!, che la vede solitaria al pianoforte con un set immacolato di canzoni sapientemente scelto a supporto, con testi bellissimi e una sostanza interpretativa portata alle stelle. Nina aveva più volte espresso il desiderio di essere ricordata dai posteri con queste canzoni e non si sbagliava affatto!. In quel disco c'era la condensazione della sua arte: dare spazio ai suoi pensieri e farli vibrare emotivamente, metterli a disposizione di tutti; il Human touch di Nina è una lezione di vita molto anticipata nel tempo, così come The Desperate ones scolpisce universalità che non sembrano mai morire dalla sua voce. 
Il proseguio, purtroppo, non avrà più lo stesso valore di quanto espresso sino ad allora: i Live si sussegueranno copiosi e ripetitivi, e le scelte si riveleranno discutibili: le cover dei Bee Gees, dei Beatles o di altri personaggi del mondo del pop furono meri elementi di disturbo del suo talento, nè il ripescaggio in chiave funky di Baltimore le giovò; con il finale A single Woman del '93, si trovò completamente spiazzata dal cambiamento delle tendenze.

I continue to believe in God, and when I put myself to sleep at night, I sing a song called “Jesus Paid It All.” I chant it. “Jesus paid it all. To him I owe. Sin has left the crimson stain. He washed it white as snow.” I sing that over and over and over again until I fall asleep.
Nina simone, c. 2000

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Nota:
foto in alto: Nina during a March 16, 1986, performance in Boston (John Blanding, The Boston Globe) dal libro Princess Noire: The tumultuous reign of Nina Simone di Nadine Cohodas.


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