mercoledì 6 dicembre 2017

Protezionismi divini del canto

Una delle domande più surreali nella musica è quella di chiedersi quale sia lo stilema più rappresentativo per visualizzare il divino nella musica. Il pensiero più immediato è al potere della vocalità. Un veloce sguardo storico suggerisce che l'Occidente, nei tempi in cui la Chiesa costituiva pregiudizio ed orgoglio nella vita degli uomini, ha messo su una secolare composizione per la vocalità, passata con molta gradualità dallo stile monodico all'espansione armonica polivalente dei cori; ma i cori erano angelici, ossia potevano essere visti più come manifestazioni della potenza divina, che come diretta presenza. Molti sono dell'idea che fu Bach a stimolare una prima conclusione del cerchio con la propulsione delle cantate, sublimi opere vocali con accompagnamento strumentale, veicoli di declamazione e recitazione, unite da un purissimo senso religioso. Dal suo canto, l'Oriente ha ugualmente trasfuso una mole di provenienze, regali e religiose, che si sono addensate nella nostra memoria attraverso la modalità e la microtonalità, raggiungendo un quid spirituale (a mò di marchio distintivo) nelle vocalità dei monaci tibetani e più in generale in quella sorta di viaggio musicale aperto, dove nelle intimità di una voce c'è una coscienza, una presenza e di conseguenza una cultura soggiacente.
Il Novecento è stato il secolo della grande comunanza, e non sono certo mancati i tentativi di mettere assieme queste due grandi polarità musicali: dai tentativi più semplici fino a quelli più complessi, ciò che è scaturita, ad un certo punto, è anche una visione atea della coralità ed un tentativo di trovare avvicinamenti di altra natura. Operando in tal modo ci si è posti il problema se le sperimentazioni fossero espressive di un ulteriore allungo, catturando la voce di un distinta e soggettiva divinità. Tuttavia tali scenari sembrano essere stati accantonati e molta composizione che transita nella musica rock o popolare, ha volutamente scelto strade più semplici, cercando un senso non più nella costruzione (le micropolifonie di Ligeti sembrano essere sempre meno ricercate in questo mondo), ma piuttosto nel potere dell'evocazione dei frammenti musicali, ossia trovare espedienti per mostrare la propria espressione, in una struttura di fatti ed elementi riconosciuti dalla storia, una pratica che crea l'aggancio spirituale e culturale in maniera più immediata e, per questa via, si presta a maggiori incomprensioni.
Una dimostrazione sono questi due esempi musicali che qui vi propongo, che vi invito ad ascoltare possibilmente con l'ausilio visivo:
1) circondato da compresenze importanti (tra le quali troviamo il compositore Alexander Manotskov), il pianista russo Anton Batagov ha organizzato un progetto formalizzato nell'esperienza musicale di The One thus gone (Fancy R.): animato dalla riflessione buddista, Batagov ha costruito un modello di cantata rock, in cui si fondono le essenze dei due termini: da una parte la strumentazione vive dell'epidermica austerità degli strumenti a corda di un quartetto d'archi e di un coro tibetano, dall'altra il rock presenta i suoi ceppi germinativi attraverso l'uso di strumenti, di convenzioni accordali e ritmiche che lo qualificano immediatamente (rock band con violino elettrico e pianoforte che detta le sue cadenze); il minimalismo residuo che ha spesso caratterizzato l'attività musicale di Batagov fluttua in un'oscura e densa poesia meditativa buddista che viene esteriorizzata con il monocorde vocale di Manotskov. The One thus gone attinge nei territori dei Velvet Underground (solo quelli musicali), lambisce i ricordi dei cori ortodossi e di quelli dei pezzi dei Van Der Graaf Generator. Pur non avendo nessun grado particolare di sperimentazione (nè canora né musicale) le sonorità semplici e dirette dell'insieme così creato vanno nella direzione voluta da Batagov, ossia ottenere scenari di compenetrazione "...It is not at all necessary to be a Buddhist to set off on this journey. These words are universal. Like the laws of physics, they do not belong to any religion...."

2) Gong Linna, cantante cinese che ha unito l'energia del qi con le scorie del minimalismo americano, in un'intervista rilasciata a I care if you listen, ha dichiarato che "...if a composer works his/her way into a theme, it does not really matter in which culture this idea is rooted....from Chinese musical perspective, the main challenge in creating new music is not to get lost in Western musical concepts, but to integrate Western musical elements supporting a music based in Chinese tradition....from a Western perspective, this might sound like cultural protectionism, but that is a not well-reflected view. Chinese music is in a big transition, quite closing to losing any of its own identity....." Nel suo cd Cloud River Mountain (pubblicato dalla Cantaloupe), Gong Linna ricorda un'immensa scia secolare di tradizione operistica cinese nonché la forza vitale delle arti mediche e marziali orientali: intervalla una sua concezione di folk music (frutto del suo pensiero e di quello del compagno Robert Zollitsch, un tedesco diventato in arte Lao Luo) con le composizioni appositamente costruite per lei da Gordon, Lang e la Wolfe e suonate dalla Bang on a Can All-Stars. La stravaganza della cantante si è manifestata in Tan Te, un pezzo di musica popolare, ritenuto completamente irriverente sulla tradizione, che partendo dallo shenqu (una forma di teatro derivante dall'opera di Beijing) ironizza su un canto non comprensibile e solo vocalizzato, accompagnato da bizzarre espressioni facciali: il brano è diventato un tormentone di internet e il suo successo decretato dagli "yo", "o", "ay" che si rincorrono nel suo svolgimento, ha suscitato similitudini inverosimili con il canto religioso tibetano, che si nutre degli stessi toni. Se da una parte qualsiasi serio studioso si scandalizzerebbe per questi tentativi di fusione, dall'altra non si può nascondere che tali operazioni musicalmente funzionano, specie quando Linna alza il tiro della compenetrazione e trova corrispondenze con quelle ripetizioni minimalistiche che comunque hanno attinto ab origine dalla filosofia del mondo orientale. 


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